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Scrivevo così sull’Unione sarda del 13 febbraio 1986: “E’ ormai condiviso dalle……..”
AMARCORD ?
“È ormai condiviso dalle più importanti società diabetologiche nazionali ed internazionali, e riconfermato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, nell’ultimo rapporto sul diabete del 1985, che, accanto ai tradizionali presidi per la cura del diabete, un ruolo per lo meno altrettanto importante debba avere l’Educazione Sanitaria.
Questo concetto è stato riaffermato con particolare rigore nel corso del dodicesimo congresso dell’International Diabetes Federation, svoltosi a Madrid nello scorso Settembre e che ha riunito i maggiori esponenti della diabetologia mondiale: alla problematica che da esso deriva sono stati dedicati spazi ampi, e direi prioritari, in tutte le giornate dei lavori.
In quella occasione, una ampia rassegna della operattività delle strutture che adottano in maniera sistematica l’Educazione come parte primaria dell’intervento assistenziale, consentiva di rilevare come il 70 per cento dei medici e il 67 per cento degli operatori sanitari non medici siano attivamente impegnati in fase educativa, a fronte di un rapporto operatori sanitari – diabetici di 1 medico ogni500 diabetici e di un operatore sanitario non medico ogni 300.
Qual’è la nostra realtà?
Se chiedessimo ad ogni lettore di questo articolo, al primo passante o ai tanti diabetici che ogni giorno affollano gli ambulatori cosa sia il diabete o cosa significhi essere diabetico, potremo renderci conto di quanto siano i luoghi comuni, i pregiudizi e la disinformazione.
È troppo spesso si ha occasione di osservare quanto sia anacronistico il modo di considerare chi vive questa condizione che, in fondo, un sano regime di vita, non diverso da quello che chiunque di noi debba adottare, e un eventuale intervento con farmaci o insulina possono ricondurre nei limiti di una accettabile normalità.
È pur vero che la diagnosi di diabete cela la sua potenzialità di insidie: valori elevati di glicemia che persistano a lungo determinando quei danni dei vasi sanguigni e dei nervi che sono alla base dello sviluppo di complicanze a carico di molti organi, occhi e reni in prima linea. Ma l’obiettivo della terapia non è forse il mantenimento, per tutto l’arco di ogni giornata, di valori glicemia il più vicino possibile a quelli dei non diabetici?
Ebbene, questo è in grado di contribuire in misura predominante ad evitare le complicanze tipiche e spesso è anche in grado di far regredire lesioni iniziali.
Certo è istintivamente più semplice e sicuro, per il diabetico, pensare di risolvere il suo problema affidandone totalmente e passivamente la responsabilità al suo diabetologo, ma se non è in grado di applicare nella vita di tutti i giorni, anche le prescrizioni più sofisticate non sortiscono alcun effetto.
E allora è indispensabile che sia lo stesso diabetico ad intervenire attivamente, consapevolmente e quotidianamente nella gestione del suo problema, perché non solo è indispensabile, ma oggi anche possibile che sia egli stesso ad assumere in prima persona una larga parte delle responsabilità terapeutiche.
Deve però esserne capace e da ciò deriva la necessità che venga adeguatamente istruito e guidato verso il massimo grado di autonomia di cui si dimostri capace. Per far ciò non è necessario che diventi diabetologo, endocrinologo o specialista in scienze dell’alimentazione, ma solo che acquisisca quelle conoscenze e quella capacità applicativa che gli consentano, con semplici sistemi di controllo e procedure corrette, di affrontare serenamente e con pari potenzialità, rispetto al non diabetico, le attività più disparate e di vivere una vita gratificante e degna di essere vissuta così come qualsiasi essere umano.
È tutta l’équipe di operatori sanitari delle strutture diabetologiche (medici dietisti, infermieri, psicologi, assistenti sociali e sanitari) che deve essere preparata ad assolvere questo compito educativo che deve coinvolgere, oltre che il diabetico e la sua famiglia, anche l’ambiente sanitario tutto e tutti coloro che nella vita quotidiana entrano in interazione con un diabetico nel suo ambiente di lavoro, di studio o nel tempo libero.
Tutto ciò per l’équipe diabetologica comporta problemi di revisione concettuale per la necessità di adeguarsi, nel processo educativo, a precise metodologie psico-pedagogiche, oggi ben codificate anche in campo diabetologico, non certo usuali nella comune pratica medica ne apprese nel corso degli studi, ma dalle quali non si può prescindere per non scivolare nell’artigianalismo.
In ciò è compresa l’indispensabilità di una netta impronta, nel rapporto operatore sanitario-paziente, di collaborazione su basi il più possibile paritarie, che per il medico, soprattutto, comporta la necessità di perdere la tradizionale posizione del risolutore ex cathedra per assumerne una nuova, forse meno gratificante in senso immediato e certamente più impegnativa e verificabile sul piano oggettivo anche da parte del diabetico. Siamo tutti pronti, operatori sanitari e diabetici, a questo diverso embricarsi dei ruoli reciproci?
Eppure è in questo senso che deve esistere e deve essere diffusa a tutti i livelli la consapevolezza che, solo attraverso una tale modificazione culturale e la conquista di una mentalità nuova e per certi versi rivoluzionaria, sarà possibile giungere non solo ad un effettivo intervento di prevenzione delle complicanze, ma anche a rimuovere, di fatto tutta quella serie di pregiudizi che oggi, senza fondato motivo e spesso negli ambienti più inattesi, ostacolano o limitano il normale e dovuto inserimento del diabetico, in quanto tale, nella società attiva.”
